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Il governo contro Armani: stop agli esuberi. Il Viceministro Bellanova si schiera coi dipendenti.

Il gioco di parole rende l’idea. «Caduta di stile». I dipendenti della Giorgio Armani Operations si sono radunati davanti ai cancelli dello stabilimento di Settimo Torinese per protestare contro gli esuberi annunciati dai vertici del gruppo. Coi lavoratori, oltre ai sindacati e alle istituzioni locali, s’è schierato anche il governo Gentiloni. Il taglio del personale dovrebbe riguardare 110 addetti su 184, in gran parte donne. Il polo torinese è specializzato nella realizzazione dei capispalla e, ormai da un paio d’anni, sono stati avviati i contratti di solidarietà per far fronte alle modalità di lavoro differenti a seconda delle stagioni. Lo scorso fine settimana, i dipendenti hanno scioperato e presidiato l’entrata della fabbrica con cartelli e striscioni. Oltre ai rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, era presente anche il sindaco di Settimo Torinese, Fabrizio Puppo, in quota Pd. A portare la vertenza Armani all’attenzione di Palazzo Chigi è stato il viceministro allo Sviluppo economico, Teresa Bellanova: il governo, ha assicurato, convocherà l’azienda e i sindacati per scongiurare gli effetti di una decisione che, come hanno spiegato le Rappresentanze sindacali unitarie (Rsu), «penalizzerebbe soprattutto le lavoratrici donne specializzate, ma con un’alta età anagrafica e di difficile ricollocazione». Per il sindaco Puppo, l’intervento di Roma è «una svolta importante, perché porta a livello nazionale le scelte di un’azienda leader del made in Italy che rischiano di penalizzare il nostro territorio. Dal nostro punto di vista, si tratta di una decisione inaccettabile». «Lasciare a Settimo soltanto 70 lavoratori rispetto ai 184 attuali», ha spiegato all’edizione locale della Stampa il segretario della Uilter Uil, Flaminio Fasetti, «significa non dare alcuna prospettiva allo stabilimento». «Due anni fa, buona parte della produzione è stata spostata in Bulgaria», ha sottolineato il segretario generale della Filctem Cgil, Renzo Maso. «Ora viene delocalizzato tutto il resto. A Torino, nel 2014, si facevano 25 mila capispalla, oggi anche le produzioni più nobili della gamma, come Armani Collezioni, vengono fatte in Bulgaria e in Turchia. Non ci sono più capi made in Italy, resta solo la griffe». Nei piani dell’azienda, a Settimo dovrebbe rimanere un presidio per la realizzazione dei prototipi dei capi e il loro confezionamento, ma non per la produzione. Per fermare gli eventuali esuberi, il segretario della Cisl di Torino, Domenico Lo Bianco, aveva invocato l’intervento della politica. Che, tramite il viceministro Bellanova, è arrivato. Palazzo Chigi, però, deve fare presto: il contratto di solidarietà scadrà a settembre. Per evitare la «caduta di stile» c’è poco tempo.