giornali 5

Bellanova: nuova fase con al centro il Sud

la-gazzetta-del-mezzogiorno

Teresa Bellanova, viceministro dello Sviluppo economico: affluenza di quasi 2 milioni alle primarie, ma c’è stato un calo nelle regioni «rosse». Come lo spiega?

«Il 2013 e il 2017 non sono la stessa cosa. Si registra, è vero, un calo di votanti ma allo stesso tempo una nettissima indicazione per la mozione Renzi-Martina. Bisogna saper cogliere le indicazioni che giungono dai territori. Credo che quelle regioni da sempre punte avanzate nel sistemaPaese ci chiedano di occupare meno tempo negli aggiustamenti interni e più lavoro sui problemi reali e sulle risposte da dare».

È nato il Pdr, cioè il Partito di Renzi?

«Io nasco con il Pci di Enrico Berlinguer che aveva carisma da vendere ma non ho mai pensato che il partito fosse suo. Mi è impossibile pensare il partito una proprietà padronale. Tantomeno adesso. Noi siamo proprio un’altra cosa. Abbiamo il coraggio di aprire la discussione a tutto il Paese. Siamo un partito e abbiamo del Partito una idea di campo aperto largo e inclusivo, l’esatto contrario di una dinamica proprietaria del tipo partito-azienda o basta un click. Sì, lo scriva, perché è proprio così. Una gestione occulta ed oculata della rete approda esattamente al partito proprietà di qualcuno che una finta democrazia virtuale magari nasconde»

La leadership di Renzi sembrava ammaccata dopo il referendum…

«Le battaglie si vincono e si perdono. Sicuramente c’è stato un difetto di comunicazione. Tutti elementi su cui l’autocritica, proprio da parte di Matteo Renzi, è stata implacabile, ribaditi anche nel suo intervento di domenica notte»

Come si spiega il suo successo?

«Con le parole delle tantissime persone che ho incontrato in questo mese. Con la voglia e l’urgenza di ritrovare nel Partito democratico un luogo di elaborazione di risposte alle tante priorità sul tavolo. Votare alle primarie, e votare per Matteo Renzi, rafforza il Pd e il suo ruolo nel Paese in un momento delicatissimo per il futuro nostro e dell’Europa. Per un’azione politica che restituisca al Paese il ruolo che gli è proprio nel panorama europeo e internazionale, che affermi con chiarezza la capacità di dispiegare eccellenza e autorevolezza, che sostenga e rilanci la nostra capacità competitiva. Giudico sterile la polemica se questo Pd è pro o contro il governo. Questo Pd lavorerà per il Paese. Sostenendo il governo e, se necessario, chiedendo anche aggiustamenti di rotta».

Come giudica il risultato di Orlando e Emiliano?

«Ritengo importante l’interlocuzione con Orlando. Di Emiliano, come lei sa, non condivido il metodo e molto del merito. Tanto meno il trionfalismo del post primarie. In ogni caso non credo che possa avocare a sé la centralità del Mezzogiorno»

In Puglia, ha vinto Emiliano. Cosa significa?

«Ne è proprio certo? L’analisi del voto non è solo una questione di qualche numero in più. Vedo che in Puglia interi territori hanno scelto Matteo Renzi. Che una città complessa come Taranto, nonostante il profluvio di retorica scellerata spesso utilizzata proprio dal presidente della Regione, ha scelto Renzi. Che Lecce-città ha scelto Renzi con un notevole scarto di voti. Che parti importanti del Salento, il Sud o la Grecìa Salentina, scelgono Renzi. E Brindisi, e interi quartieri a Bari. Vista così, non sembra una gran vittoria. Forse Michele Emiliano dovrebbe riflettere sul mancato risultato eclatante preconizzato alla vigilia. Io mi chiederei se non si tratti anche di un giudizio sull’azione regionale o, peggio, su un uso strumentale del ruolo istituzionale.

Considera il risultato pugliese una sconfitta?

«Come potrei? Non è per nulla una sconfitta e ci consegna una responsabilità enorme. Occuparci meno delle beghe interne e molto di più delle questioni nodali. Ricostruire una sintonia forte con il Paese che passi anche dalla indicazione dell’agenda politica e delle priorità. Mettere in connessione le strategie di intervento nel Mezzogiorno e al Nord, perché dalla porta della crisi si esce tutti insieme. La nostra gente ci chiede questo. Non mi sembra una sconfitta»

Si attende una svolta nella gestione del Pd?

«La svolta è già in atto. Non accorgersene sarebbe un esercizio di miopia dannoso più per chi osserva che per chi è osservato. Si tratta, se posso permettermi, anche di spogliarsi degli occhiali con cui di solito gli osservatori politici guardano alle cose. Nonostante la crisi della politica, l’imperversare di un populismo venato di pericolosa retorica, un’Unione Europea che ancora adesso dimostra di non voler correggere la sua tabella di marcia, due milioni di persone sono andate a votare e hanno indicato, al 70 per cento, Matteo Renzi nuovo segretario nazionale del Pd. La svolta è in questa dinamica, negli obiettivi indicati dalla Mozione Renzi-Martina, nell’azione riformatrice che il Pd assume come orizzonte politico per il Paese. Nessun trionfalismo ma molta determinazione sì. C’è chi guarda le cose del mondo con occhi rivolti all’indietro. Io, più umilmente, lavoro per dare risposte non banali alle urgenze e ai dossier sul mio tavolo. Non mi è permessa nessuna nostalgia, tanto meno chiacchiere da salotto televisivo. La realtà, quella con cui faccio i conti ogni giorno, è un po’ più complicata».