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The Next Production Revolution: Implications for Governments and Business; intervento Viceministro Bellanova

Gentili Signore e Signori,                                                       

Sono molto lieta di poter ospitare al Ministero dello sviluppo economico la presentazione del rapporto dell’OCSE dedicato alle implicazioni della “Nuova Rivoluzione industriale” per le imprese e per i Governi.

Innanzitutto vorrei esprimere la mia gratitudine all’OCSE per aver scelto di promuovere questo importante evento nel nostro Ministero.

Mi congratulo col Segretario generale Angel Gurria e col Capo del suo staff Gabriela Ramos, che abbiamo l’onore di avere oggi qui con noi, per la qualità del lavoro svolto e gli approfondimenti contenuti nel rapporto.

In questo mio intervento di apertura desidero fare alcune considerazioni di carattere politico sulle tematiche sviluppate dal Rapporto, lasciando al panel il compito di approfondire le prospettive, i profili e le implicazioni delle tecnologie sia quelle digitali, che quelle relative alla biotecnologia industriale, alle nanotecnologie, nonché alla stampa 3D e ai nuovi materiali.

Questi temi saranno poi affrontati nel Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi G7 a Taormina il 26 e 27 maggio prossimi e approfonditi nella Riunione Ministeriale ICT/Industria del G7 che si terrà il 25 e 26 settembre a Torino.

Quello che vorrei sottolineare qui riguarda lo sviluppo di una visione sistemica e sinergica imprescindibile nel momento in cui si guarda alla nuova rivoluzione industriale.

Il futuro delle economie avanzate passa per i settori manifatturieri, che sono la spina dorsale della produttività, dell’occupazione e dell’export.

L’Italia è la seconda manifattura europea e l’ottava nel mondo. Il peso del valore aggiunto manifatturiero sfiora un quinto del totale della nostra economia.

Lo scenario che abbiamo di fronte è profondamente cambiato rispetto a soli pochi anni fa: la crisi ha accelerato il cambiamento del paradigma competitivo e la trasformazione dei processi produttivi.

Ormai le aziende devono essere pronte a soddisfare in tempo reale le esigenze sempre più personalizzate di clienti provenienti da luoghi e paesi diversi. È evidente come le nuove tecnologie abbiano già modificato il fattore tempo e il fattore spazio.

In questo contesto la dimensione della singola azienda diventa irrilevante perché quello che conta è la sua capacità di posizionarsi nelle catene del valore e di adeguarsi alle richieste dei clienti, dei fornitori, e infine dei consumatori globali.

Le nuove tecnologie rendono infatti possibile una forte integrazione delle filiere produttive, permettono soprattutto di operare in modo collaborativo all’interno delle catene di fornitura e subfornitura proprio grazie all’accrescimento della condivisione e della circolazione delle informazioni e a una maggiore disciplina nelle relazioni commerciali fra le imprese. In questo quadro è dunque centrale il ruolo della circolazione dell’informazione nel velocizzare e ottimizzare il processo produttivo.

Inoltre, la digitalizzazione accelera l’utilizzo di meccanismi aperti nell’adozione delle tecnologie, dando luogo a nuovi spazi e opportunità di collaborazione fra imprese, università e centri di ricerca. E questo si lega anche ovviamente a cambiamenti evidenti in termini di modelli organizzativi di produzione.

E’ con riferimento a questi fenomeni che si parla di “nuova rivoluzione industriale”. In tale processo sono coinvolti tutti gli attori della filiera: dai grandi produttori alle piccolissime imprese, fino al consumatore finale.

Come lo stesso Rapporto Ocse evidenzia, le nuove tecnologie e il loro utilizzo sinergico impattano in modo diverso e molteplice sulla produttività di tutte le tipologie d’impresa, indipendentemente dalla loro dimensione.

Sul tema della “nuova rivoluzione industriale” l’Italia è uno dei Paesi protagonisti e il Governo attuale sulla scia di quello precedente ha assunto un impegno forte al riguardo.

Nei mesi scorsi abbiamo istituito una cabina di regia, che coinvolge la Presidenza del Consiglio dei Ministri, alcuni Ministeri, le Regioni, il mondo imprenditoriale, quello della ricerca universitaria e dei sindacati.

Abbiamo presentato il Piano “Industria 4.0”, col quale abbiamo fissato obiettivi strategici e linee di azione su cui concentrare lo sforzo pubblico e privato per fare della trasformazione tecnologica dell’industria una grande leva per la crescita della competitività del Paese.

Il Piano a partire da una nuova visione del modo di produrre nei prossimi 20-30 anni, offre una serie di importanti strumenti operativi, essenziali per rendere l’Italia più competitiva, per valorizzare e modernizzare la nostra manifattura, per guardare al futuro con ottimismo razionale.

Gli ambiti su cui si concentrano gli sforzi del Governo sono numerosi.

Un primo elemento riguarda la sfida per il miglioramento e l’accrescimento qualitativo delle competenze, e non solo quelle digitali. Una forza lavoro dotata di competenze adeguate consente di sfruttare le nuove tecnologie e ottenere il massimo rendimento dal loro potenziale produttivo. Accettare questa sfida vuol dire rendere il processo di transizione verso un’industria più digitalizzata capace di creare non solo più efficienza produttiva ma soprattutto più posti di lavoro. In tal modo sarà possibile colmare il disallineamento fra offerta e domanda di lavoro che a tutt’oggi caratterizza tanti ambiti produttivi.

In secondo luogo penso alla costruzione non solo di infrastrutture di connessione in Europa, ma anche di infrastrutture di archiviazione e di elaborazione in cloud dei dati e di centri di super-calcolo.

Infine credo sia anche opportuno sottolineare l’importanza data alla collaborazione internazionale sul fronte della definizione di standard e criteri di interoperabilità condivisi, sui temi giuslavoristici che i nuovi strumenti di automazione aprono, e, infine, sul tema centrale della sicurezza delle reti e della cybersecurity.

Date queste premesse, è necessario colmare il significativo gap di investimenti nelle nuove tecnologie abilitanti il paradigma 4.0. In Italia ci siamo posti l’obiettivo, ambizioso ma realistico, di investire, quest’anno, 10 miliardi di euro.

Dobbiamo investire e investire meglio puntando verso i fattori di competitività decisivi.

Misure come le aliquote speciali di ammortamento fiscale del 250% e del 140% sulle principali categorie di tecnologie abilitanti, allo scopo di favorire le imprese che investono e rischiano, e il credito di imposta per la ricerca e lo sviluppo dimostrano che il Governo italiano ha fatto scelte precise a beneficio dell’innovazione.

Il Piano prevede risorse complessive per 18 miliardi di euro per il periodo 2017-2020, che dovrebbero mobilitare risorse private per circa 40 miliardi tra investimenti in tecnologie 4.0, maggiori spese in Ricerca e Sviluppo e ulteriori investimenti in venture capital a favore delle startup.

Vogliamo rinnovare tutto il nostro sistema produttivo e accelerare sul fronte della digitalizzazione. Troppi territori a vocazione industriale, e troppe Piccole e medie imprese, non sono ancora ben attrezzati per approfittare dell’opportunità della Nuova Rivoluzione industriale e cavalcare in modo stabile la ripresa.

Ma il Piano Industria 4.0 non è soltanto tecnologia. La Nuova Rivoluzione porta con sé profondi mutamenti nella natura stessa del lavoro, che porterà a un inevitabile riassestamento della società.

Gestire insieme questo processo, attraverso una più stretta collaborazione internazionale, può aiutare ad adattarci molto più velocemente.

Tale aspetto è strettamente legato alla tematica dell’impatto occupazionale derivante dalla transizione tecnologica e digitale. Le discussioni su questo argomento vedono una contrapposizione tra coloro che prevedono infinite opportunità e un miglioramento per la produttività dei lavoratori, liberandoli dal lavoro di routine, e quelli che prevedono una massiccia sostituzione del lavoro e una grande perdita di posti di lavoro.

Allo stato attuale risulta prematuro provare a definire quale scenario si potrà manifestare nei prossimi anni, ma sicuramente, in termini di politiche, sarà necessario prevedere interventi tesi a minimizzare il costo sociale della transizione tecnologica in caso di significativa riduzione dei posti di lavoro e, parallelamente, misure per l’adozione tempestiva ed efficace di specifici piani di formazione allo scopo di favorire la collocazione e ricollocazione lavorativa in nuovi settori.

L’efficacia delle politiche attive e passive del lavoro andrà analizzata anche nel quadro delle politiche macroeconomiche e industriali messe in campo, di cui ho già in precedenza fatto cenno, al fine di innescare un circolo virtuoso che partendo dall’innovazione tecnologica determini un aumento della produzione e quindi della domanda di lavoro.

I contributi come quello offerto da questo Rapporto sono strumenti fondamentali per tutti noi policy makers ; la possibilità di poter disporre di analisi, soprattutto di carattere previsionale, infatti, consente di supportare il processo decisionale e di scelta politica e di intervenire in modo anticipatorio sulle eventuali criticità.

L’obiettivo dell’intervento pubblico deve essere quello di garantire qualità dell’occupazione e delle condizioni di lavoro mediante regolamentazioni specifiche in grado di conciliare il progresso tecnologico e quello sociale.

Nell’ambito della Riunione dei Ministri G7 su ICT e Industria di Torino, lavoreremo, quindi, per capire come si potrà agire in modo coeso per rendere l’economia e la società digitale inclusiva, aperta e sicura.

Questa è la sfida incombente per l’Italia e per tutti i Paesi membri OCSE.